EDITORIALE  
 










Diaconato permanente 40 anni di alti e bassi

di Giorgio Campanini


Quando il 21 novembre 1964 fu solennemente approvata la Costituzione "Lumen Gentium" molta era la curiosità di come era presentata la Chiesa del Concilio Vaticano II. Varrebbe la pena di ravvivare, anche dopo 40 anni, questa curiosità, perchè la vita cristiana sia informata dello spirito del concilio. Una delle novità che fecero botto è stata la "restaurazione", nella Chiesa latina, del diaconato come grado autonomo dell'ordine sacro. Si può ricordare che alcuni pochi vescovi si precipitarono e in pochi mesi ci furono, anche in Italia, diocesi dotate di decine di diaconi permanenti. Molte altre preferirono attendere e meglio valutare il dono - tale in teoria tutti lo considerano - che lo Spirito Santo aveva fatto alla Chiesa.

TRA OSTACOLI E INCOMPRENSIONI

Paolo VI non poteva non conoscere le diffuse perplessità, ma il 18 gennaio 1967 emanò il Motu Proprio Sacrum Diaconatus Ordinem che lanciava e regolava la nuova disciplina. Nel V paragrato del testo veniva presentata una prima tabella - se vogliamo chiamarla così - in cui concretamente si indicavano i punti di servizio ecclesiale dei diaconi. Ma di fatto, l'opinione generale, salvo piste di avanguardia come la Comunità diaconale di Reggio Emilia -, è rimasta titubante. Lo mostrano anche i dati di una inchiesta condotta nel 2004 dal COP (Centro di Orientamento Pastorale) in vista di una verifica dell'impegno diaconale nelle "unità pastorali". Anche se numericamente rilevante, sopratutto in rapporto ad analoghe esperienze nel mondo (nel 2002 c'erano in Italia 2662 diocesani e 86 religiosi), le reazioni medie degli interessati nel Seminario di Studio che ha seguito la ricerca, sono problematiche. In sintesi: non ci si sente capiti, anche dove si lavora, facilmente si rischia di essere emarginati da preti e da laici. Non dovremmo meravigliarci troppo. Anche i Padri del Concilio di Trento nella sezione XXIV, dunque nel 1563, avevano maturato la convinzione del ripristino del diaconato permanente, ma non passò nei decreti perché non si ritenne matura la sensibilità dei presbiteri e si potevano attendere gravi difficoltà nella Chiesa. Forse non siamo andati molto avanti, anche se sono passati 443 anni e il Vaticano Il ha mostrato più coraggio di Trento. Non c'è però da meravigliarsi troppo della lenta penetrazione nella coscienza delle nostre comunità di questo rilancio che è, a un tempo, dottrinale e pastorale. Sarebbe bene una ripassata alla storia dei secoli passati e magari un confronto meno frettoloso delle tradizioni latina e orientale. In effetti "il ministero dei diaconi aveva una grande importanza nella Chiesa antica preoccupata di valorizzare i carismi dello Spirito Santo per realizzare la sua vocazione all'amore. Successivamente, per l'influsso di una concezione prevalentemente giuridica della vita ecclesiale, questo ministero è stato lasciato in ombra, così da rimanere solo come tappa di transizione per i candidati a sacerdozio. Il Concilio Vaticano II, approfondendo la realtà della Chiesa come "comunione e servizio" (LG, n. 4), ha deciso di valorizzare il carisma proprio dei diaconi, e quindi ha deliberato la rinascita del diaconato permanente. Le direttive del Concilio sono state fatte proprie dall'assemblea dei vescovi italiani (CEI), la quale il 13 novembre 1970 decideva di applicane alla nostra Chiesa le decisioni conciliari relative al diaconato e nello stesso tempo approvava un documento intitolato: La restaura zione del diaconato permanente nella Chiesa italiana, divenuto esecutivo il 15 manzo 1972. E si potrebbe continuane a citare i documenti successivi.




LA TEOLOGIA DEL DIACONATO
Quella che diventa essenziale è la teologia del diaconato. Non si tratta di una riforma di facciata. Se è un dono di Dio affidato alla Chiesa, il diaconato deve considerarsi nello stesso tempo come fattone ed espressione del rinnovamento ecclesiale. Nei documenti dei nostri vescovi tale impostazione è proposta autorevolmente e con chiarezza si afferma, innanzitutto, che "il diacono è segno sacramentale, e quindi rappresentante e animatore della vocazione al servizio di Cristo, servo di Javè, venuto non a essere servito, ma a servire, e a dare la sua vita in redenzione di molti" (Restaurazione, n. 5). Da questa affermazione scaturisce un duplice orientamento pastorale: quello di una Chiesa "serva in se stessa", nella quale il servizio reciproco esprime e promuove la comunione tra i suoi membri, e quello di una Chiesa "serva del mondo", cioè animata da atteggiamento missionanio. "Suscitando lo spirito di servizio del popolo di Dio, il diacono contribuisce sia a rendere più profonda tra i cristiani la comunione ecclesiale, sia a ravvivare l'impegno missionario della Chiesa tutta per la salvezza dell'umanità" (Restaurazione, n 6). Basterebbe questo solo richiamo a rendere originale e insostituibile la funzione e perciò la presenza dei diaconi permanenti nella comunità cristiana. Il nodo fondamentale penò, a mio modo di vedere, è ancona l'identità del diacono permanente. Essa si articola in un ruolo culturale e in uno sociale. Nella ancor vigente tradizione latina il diacono viene ordinato per la liturgia come gradino di passaggio alla consacrazione presbiterale. Canonicamente non dovrebbe più essere così, se il diaconato è oramai riconosciuto come una acquisizione permanente. Cosa vuol dire dunque che, secondo la Lumen Gentium, ai diaconi "sono imposte le mani non per il sacerdozio, ma per il ministero" (LG. 29)? La formula risale alle antiche costituzioni della Chiesa sub-apostolica che sembrerebbe escludere un primato o una priorità del servizio liturgico su quello socio-pastorale. L'esempio dei primi diaconi degli Atti degli Apostoli, anche se non da tutti vengono ritenuti i primi esponenti dell'ordine diaconale, non può essere ignorato. Santo Stefano sicuramente opera sul campo dell'assistenza ai poveri perchè così avevano stabilito gli apostoli. Tanto lui che Filippo però non si rinchiudono nel sociale, ma mettono a profitto i loro incontri per annunciare il Vangelo. Siamo al dunque, su cui serenamente bisogna riflettere. E ogni occasione è preziosa. Sono ancora numerose le posizioni da chiarire e le difficoltà da superare. Ad esempio quella economica per uomini impegnati per ore e ore nei vari compiti ecclesiali. Vale ancora la condizione posta dalla CEI per un servizio solo volontario? Sono adeguate le iniziative formative e informative? C'è una attenzione proporzionata alla famiglia del diacono che non può andare allo sbando? E così via. A me pare che il punto principale, almeno come orientamento, sia l'equilibrio tra i compiti cultuali e quelli sociali. Fanno spicco i diaconi ben vestiti sull'altare o nelle processioni solenni, magari in TV accanto al Vescovo. Tutto bene, ma guai a puntare su questa prestazione per giustificare il ripristino di questo grado sacramentale di rinnovamento ecclesiale. Il diacono che si rifugiasse nel liturgismo tradirebbe queste prospettive di rinnovamento ecclesiale. Certo, anche per lui l'eucaristia è culmen et fons, ma il diacono si deve preoccupare perchè ci sia un cammino di avvicinamento al culmen e di partenza dalla fonte. È lo specialista dei due cammini, non della statica celebrativa. Proprio perchè ha compiti nella celebrazione, ha la capacità di portare il mondo alla Chiesa e la Chiesa al mondo.




DIACONATO E FUTURO DELLA CHIESA
La rarefazione dei preti porterà sicuramente molti diaconi ad assumere il ruolo di animazione liturgica, di ministro della Parola, di responsabile nelle celebrazioni, di animatore parrocchiale o di gruppi, e di esperto nella preparazione dei sacramenti. Nulla da eccepire, anzi, tutto da sviluppare. Ma forse il ruolo nativo più originale del diacono permanente va cercato su un altro fronte. Per restare nell'ambito ecclesiale potremmo dire nel servizio che si spalanca nella Gaudium et Spes. Non dimentichiamoci che in Italia i diaconi permanenti sono prevalentemente impiegati o funzionari, dunque bene inquadrati nelle classi attive della società. E’ un sogno pensare ai diaconi come a una preziosa riserva di nuova evangelizzazione? Il diacono è portatore di una duplice responsabilità ecclesiale: è membro del clero, ma resta anche ancorato alla dimensione secolare. Quello che Lumen Gentium dice dei laici: "a loro particolarmente spetta di illuminare e ordinare tutte le cose temporali alle quali sono strettamente legati in modo che siano fatte secondo Cristo e crescano e siano di lode al Creatore e Redentore (LG, 31). Con quale sequenza? Quella già evocata della Gaudium et Spes. Ho proprio l'impressione che si giochi su questa frontiera la valorizzazione ecclesiale dei diaconi. Le nostre comunità riescono a fare molto poco in questa direzione. E i risultati si vedono, purtroppo. Non carichiamo di una responsabilità così pesante solo i nostri diaconi. Ma bisogna pure che su questa tematica le nostre comunità prendano mano a mano posizione. Potrebbe essere un orizzonte fecondo che si allarga per tutti.






da Rogate Ergo MAGGIO 2007 p.3-6


MAGGIO 2007

VOCATIONS.IT
 

     
Copyright ©2007 - Vocations.it - Credits